Fernand Braudel ne "Il Mediterraneo", trattando della migrazione dei suoi
popoli, identifica la loro storia con una lunga lotta e conflittualità tra
nomadi pastori e sedentari contadini; tra il necessario possesso della terra per
l'esercizio dell'attività agricola ed il suo libero e temporaneo uso, cadenzato
solamente dai mutamenti stagionali. Queste conflittualità sono ricorrenti; sono
esche sempre vive e pericolose, in attesa di eventuali spregiudicate,
drammatiche strumentalizzazioni. Nello spazio mediterraneo, questa
conflittualità viene sedata e lascia il posto a leggi particolari: quelle della
transumanza che tra l'altro mirano ad associare le risorse complementari della
pianura con quelle della montagna, regolando ed organizzando gli spostamenti dei
greggi dai pascoli montani estivi a quelli invernali di pianura.
E non poteva esser che così, in considerazione del fatto che le civiltà
mediterranee sopratutto quelle più recenti, l'ebraica, la greco-romana e la
cristiana sono civiltà di origine prettamente pastorale.
Le Mese spagnole e la Dogana della Mena in Puglia già nel XVI seco I o ma
anche molto prima regolano ed organizzano infatti il trasferimento di milioni di
pecore. La transumanza regolata da leggi caratterizza la civiltà mediterranea e
la distingue da altre, ove il nomadismo rappresenta ancora oggi una costante
causa di inestinguibili lotte tribali.
Con la transumanza la diminuzione di coloro che accompagnano il bestiame va
di pari passo con l'aumento dei capi spostati: non più intere famiglie nomadi,
sempre e comunque alla ricerca della sopravvivenza, ma pastori professionisti:
"sono personaggi un pò misteriosi, depositari di segreti e sempre in odor di
magia: gli ultimi migranti ai margini di una società di sedentari."
Al riguardo, un importante documento è
rappresentato dalla Slacadura di Tacoler ossia la parlata
dei pastori di Giuseppe Facchinetti, sorta di vocabolario del gergo parlato dai
pastori in uso in tutto l'arco alpino, nelle sue valli, lingua franca, al di
sopra della babele dei mille dialetti delle altrettanto numerose valli.
Preziosa poi la documentazione raccolta dal rev. Andrea Gaudiani nel 1700
sulle regole per il buon governo della Regia Dogana della Mena delle pecore in
Puglia, che traggono origine però da leggi romane dell'età repubblicana, cui
fanno riferimento già Tacito e Cicerone.
E già in agosto dai monti della Vena i pastori si recavano in pianura per
sottoscrivere i contratti per
l'uso dei pascoli o "Baré" da utilizzare con i
loro greggi nel corso della transumanza invernale.
Sui monti della Vena e sull'altopiano della Ciceria, che si estendono dalla
Val Rosandra ad Abbazia, vivono popolazioni dedite alla pastorizia, un tempo
anche alla produzione del
carbon dolce ed alla coltivazione del bosco con la cui
legna, trasportata nei centri abitati con i caratteristi carri cici,
assicuravano il tepore alle città istriane. Sono i Cici e
i Ciribiri.
Di origine rumena, completamente slavizzati, con dialetti che si rifanno a
parlate kaikave, ciakave, stokave, i Cici sono raccolti nei paesi di Slum, Dane,
Brest, Vodice, Trstenik, Raspor,
Rakitovac, Jelovice, Podgace, Lanisce, Borgudac.
I Ciribiri sono invece raggruppati in paesi alle appendici del
Monte Maggiore e del Planik ed in numerosi villaggi raggruppati
amministrativamente nel comune di Valdarsa-Susnjevice.
Il comune è stato istituito nel 1922 per tutelare meglio quelle genti dal
punto di vista etnico-culturale. Tutt'ora parlano un dialetto di origine
dacio-rumena ed ogni paese custodisce la sua parlata, incomprensibile al mondo
esterno.
Tra questi centri, quello di Raspo risulta particolarmente interessante. In
esso la Repubblica veneta, dopo averlo fortificato, aveva istituito un presidio
avanzato a difesa dalle incursioni turche.

Fineda
L'altopiano dei Cici rappresenta la parte meno ospitale dell'Istria: fredda,
siccitosa, spazzata dalla bora. Quella abitata dai Ciribiri, parimenti fredda e
ventosa, era colpita da inondazioni ricorrenti fino alla
bonifica del lago di Cepich, fatto che ne ha peraltro aggravato le condizioni
climatiche e naturalmente anche quelle economiche.
Il periodo e le ragioni che hanno spinto le popolazioni dacio-rumene ad
insediarsi nella Ciceria non sono ben note. L'ipotesi più accreditata è quella
della fuga davanti all'avanzata turca.
Della Ciceria, prima dell'avvento dei sistemi di produzione comunista, sono
particolarmente interessanti l'organizzazione fondiaria e gli usi e costumi in
vigore per la gestione del territorio. In essi i terreni coltivati ad orto, i
boschi e le zone a valle, destinate alla produzione di foraggio da fieno, erano
di proprietà familiare, mentre i terreni lasciati a pascolo, attività primaria e
fondamentale, erano gestiti in comune e denominati "Comunelle".
I bovini erano condotti al pascolo da salariati. I
somari (ogni famiglia ne
possedeva almeno uno) in prevalenza femmine di razza padovana, erano condotti al
pascolo alternativamente dai singoli proprietari.
Le pecore, di razza istriana, erano sempre governate, condotte al pascolo ed
alla transumanza direttamente dai proprietari. A Slum nel 1935 erano censiti 700
abitanti, 3000 pecore e 100
vacche.
Le pecore per uso familiare erano macellate per la fiera di San Matteo il 21
settembre e ridotte a pezzature venivano conservate immerse nel grasso sciolto
di pecora in particolari recipienti di legno "sec" e consumate esclusivamente
lessate in brodi densi con patate e
verze.
L'uso dell'arrosto era sconosciuto. L'agnello veniva naturalmente venduto.
Generalmente si praticava il baratto tra i prodotti della pastorizia con
altri generi alimentari ed il prezioso
sale.
Pecora, pecus, pecunia,
sale, salario ecc... l'essenza del commercio in poche
parole.

Trstenik
Nella Ciceria nel 1940 si contavano 8000
pecore. La mungitura giornaliera
dava un litro di latte ed era praticata da marzo a luglio; già nel mese di
agosto le femmine venivano condotte ai maschi.
Nella festa dell'Ascensione o della Sensa era uso dare in dono un litro di
latte a quelle famiglie che non possedevano pecore.
I formaggi venivano portati e barattati al mercato di
Pinguente. Con la
costruzione della ferrovia Pola-Trieste il latte veniva però giornalmente
destinato al consumo cittadino.
Nella Zona di Grisignana veniva prodotto, da gente di origine bergamasca, un
particolare mantello uguale a quello in uso presso i
pastori lombardi detto "cerma" che sull'Altopiano le
ragazze da marito dovevano possedere assieme ad una particolare fune di lana
"oprta" che servirà per il trasporto a spalle dei carichi di fieno. Venivano
tessute pure delle particol ari coperte dure come tavole, dette "pognave".
Caratteristiche della Ciceria sono le "vidolice", melodie prodotte da
particolari flauti "surle" contemporaneamente in due tonalità alta e bassa o
anche da cantori, maschi accompagnati dal mih, specie di cornamusa ricavata
dagli stomaci di pecora. L'Armonica triestina è introduzione piuttosto recente.
La transumanza iniziava dopo il San Martino e si concludeva il 1° di maggio.
Si poteva effettuare solo se in possesso di contratti stipulati per il pascolo
in pianura.
I greggi lasciavano l'Altopiano alle 5 del mattino, per guadagnare la pianura
in giornata attraverso particolari sentieri i "trosi". Molte
pecore
portavano
appesa al collo la slape, il campanaccio, ed erano accompagnate da cani:
"Sarplaninac" razza di taglia bassa, mantello giallognolo, orecchie pendule coda
molto lunga, e dalla immancabile somara. Anche i pastori cici come tutti i
pastori conoscevano ad una ad una tutte le loro
pecore ed ognuna aveva un nome:
Zelenka, Pika, Skaba, Roska,...
Una delle mete della transumanza per i
pastori cici era
il buiese, fino al mare, e tutta l'Istria fino al Leme;
Rovigno,
Valle, Promontore e Medolino erano invece le
mete dei ciribiri.

Šušnjevica
Nei pascoli estivi della Ciceria i pastori valutavano il tempo dalla
posizione delle stelle ed in particolare da quelle dei
due carri dell'Orsa, dalle quali prendevano anche l'orientamento sulla via del
ritorno.
Spesso quando il tempo si deteriorava rappresentavano sicuro rifugio le
numerose grotte presenti sull'altopiano, un tempo dimora dei primi abitatori
della zona.
Dopo il secondo conflitto mondiale, sollecitati anche dagli ampi spazi vuoti
causati dall'esodo delle popolazioni rivierasche, con la prospettiva di una vita
meno dura ed in ciò seguendo anche la tendenza quasi universale
all'urbanizzazione, causata dall'assoluto abbandono ed isolamento in cui sono
state lasciate le popolazioni montane, l'ultima transumanza dei pastori della
Ciceria si è interrotta in riva all'Adriatico.
Oggigiorno l'altopiano è pressoché disabitato; dei 6000 abitanti censiti tra
le due guerre oggi se ne contano 700, con un età media di 65 anni.
Ma la nostalgia degli ultimi pastori per il loro mondo perduto è immensa. È
altrettanto grande anche quella dei loro discendenti.
Statistiche alla mano questi ultimi rappresentano la parte più cultural
izzata dell'Istria.
Garanzia questa che, con l'ausilio delle moderne tecnologie, quelle terre non
saranno definitivamente abbandonate, ma rappresenteranno ancora, come suggerisce
Braudel, la possibilità di associare le risorse della montagna a quelle
complementari della pianura.
Saranno così recuperate e tutelate le risorse autoctone e per gente di città
e di pianura l'Istria della pastorizia sarà meta di interessanti percorsi
turistici da percorrere attraverso i
tratturi o trosi, agevolmente trasportata dai tipici carri della
Ciceria (veliki medyed) od in
groppa a nobili cavalli o a docili
somare padovane.
